Pur nella difficoltà già evidenziata di selezionare in una materia così impoverita i singoli elementi stilistici, deve essere tuttavia sottolineato come in nessun momento la pittura di Nicolò dell’Abate assume caratteri così scopertamente ed esclusivamente pordenoniani senza che questi si sovrappongano ai debiti ferraresi nei confronti di Dosso. La provenienza dall’importante collezione Dalla Rosa-Prati, di origini modenesi essendo l’antica stirpe titolare della signoria di Sassuolo – raccolta formatasi nel corso dei secoli a partire dal XVI secolo – deve considerarsi probabilmente responsabile del riferimento attributivo modenese.
Gli elementi pordenoniani del nostro dipinto, inoltre, morellianamente caratterizzato da occhi rotondeggianti accostati e naso allungato verso la bocca piccola, se pur sfumati e privi della consueta carica energica dei contorni, risultano preponderanti, tanto da indirizzare, pur con i limiti derivanti dalla conservazione dell’opera, nell’ambito della sua pittura. L’uso, particolarmente inconsueto, anche nella produzione piacentina dell’artista, di una teletta a trama grossa, e un peculiare e rigido modo di stendere il colore del fondo posteriormente, ricavandone il contorno ritagliato a destra, non escludono che si possa trattare di uno studio cronologicamente successivo.
Scheda di Giuliana Ericani, tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere. Il Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1998.