In segno di che habbiamo risoluto di soddisfare alle di lui istanze col fargli spedire la presente nostra Patente, colla quale lo dichiariamo e caratterizziamo nel numero de’ nostri Pittori e vogliamo che goda e goder possa di quei Privilegi tutti, che godono e goder possono i nostri Servitori, che attualmente assistono al nostro servizio… In fede di che habbiamo fatta far la presente e sottoscritta di nostra mano… Questo dì 28 novembre 1678”. (Scarabelli Zunti fine del XIX secolo, Documenti…, p. 302).
A fronte di questa indubbia attestazione di fama e prestigio pochissimo si conosce oggi della biografia di Giovanni Venanzi (cfr. Ricci 1896, p. 158; Quintavalle A.O. 1939, p. 282; Dizionario… 1976, p. 282; Mendogni 1993, pp. 104-107): si sa che nacque a Pesaro nel 1627 e che lì morì nel 1705, che giunse a Parma intorno al 1660, probabilmente chiamato dai padri teatini, e che eseguì numerose opere per le chiese legate a quell’Ordine o a quello dei carmelitani, che fu al servizio della corte sia a Parma che a Piacenza e attivo per i Meli-Lupi di Soragna. Poi null’altro, né sulla sua formazione (solo una tradizione non documentata lo vuole allievo di Cantarini), né sulla sua attività precedente e successiva il soggiorno a Parma, né su contatti con altri committenti in altre città. In un panorama documentario tanto lacunoso risultano quindi assai preziose la firma e la data – 1674 – apposte sul dipinto e la notizia certa circa la sua originaria collocazione, un altare laterale della distrutta chiesa di Santa Maria Bianca (Oddi XVII secolo; Nota… 1725; Ruta 1780). A questo proposito è utile ricordare che nel 1391 l’amministrazione dei beni dell’oratorio fu affidata “a quattro probi cittadini, i Rettori del Ceppo di Santa Maria Bianca, con l’obbligo precipuo di raccogliere elemosine allo scopo di erogarle per dotare il più che si potesse fanciulle povere che andavano a marito… Ma col tempo illanguidiva il fervore della copia delle offerte tanto che a fine si soppresse e non rimase che la memoria… dei Rettori del Ceppo…” (Scarabelli Zunti fine del XIX secolo, Materiale…, II, p. 24). È dunque ipotizzabile che nel XVII secolo, all’epoca del passaggio della chiesa ai padri carmelitani, si sia tentato di ridare impulso alla pratica dell’elemosina “pro nubende” e che a questo scopo sia stata commissionata a Venanzi una pala d’altare col matrimonio della Vergine nella quale inserire l’insolita, ma a questo punto pregnante, immagine del mendico.
Una sintetica ma puntuale analisi del dipinto si trova nei cataloghi di Ricci (1896) e Quintavalle (1939); in particolare quest’ultimo annota che “…vi è chiara la derivazione dal Bernabei, appesantita dall’opaco sfumato del Gatti, mentre la composizione è guercinesca (vedi ad esempio il dipinto di Bartolomeo Gennari nella Galleria di Modena)”. In precedenza Martini (1872) e Pigorini (1887), che evidentemente non avevano notato firma e data, avevano ricondotto l’opera a Pier Antonio Bernabei; curiosamente il primo stigmatizza come “disdicevolissima alla scena quest’ultima bizzarria” (il mendico seduto in primo piano), ossia quell’inserto linguistico più marcatamente naturalistico e guercinesco che avrebbe dovuto sconsigliare l’attribuzione a Bernabei.
Non v’è dubbio che nel nostro dipinto, come del resto in quelli ancora oggi visibili nella chiesa di Santa Cristina, il pittore pesarese utilizzi un vocabolario stilistico e compositivo ricco di reminiscenze sia correggesche che tardomanieriste. Non mancano, tuttavia, pacate note realistiche e accenti classicheggianti più “moderni” e aggiornati alle coeve esperienze bolognesi, che certamente contribuirono a determinare il successo di Venanzi tanto nel “mondano” ambiente di corte quanto in quello più severo dell’Ordine teatino o carmelitano.
Bibliografia
Oddi XVII secolo;
Nota… 1725;
Ruta 1780, p. 61;
Martini 1872, p. 49;
Pigorini 1887, p. 11;
Scarabelli Zunti, fine del XIX secolo, Materiale…, II, p. 27;
Ricci 1896, pp. 158-159;
Quintavalle A.O. 1939, p. 283;
Dizionario… 1976, XI, p. 282;
Mendogni 1993, p. 107 e fig. p. 108.
Restauri
1877 (S. Centenari);
1951-52;
1999 (C. Tarozzi).
Scheda di Patrizia Sivieri, tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere. Il Seicento, Franco Maria Ricci, Milano, 1999.