Il dipinto è menzionato nell’Inventario corrente della Galleria come opera di un ignoto artista emiliano del XVII secolo, raffigurante un frate francescano con rosario e Crocifisso. Il restauro a cui l’opera è stata recentemente sottoposta consente di definirne ora con maggior precisione l’ambito cronologico e stilistico e di individuare con sicurezza il personaggio rappresentato.

La tela, dunque, ci mostra un Sant’Antonio abate, effigiato attraverso un’iconografia non consueta.L’anonimo autore sceglie, infatti, di caratterizzare il santo alessandrino solo con gli emblemi del suo stato monacale ed eremitico (il saio col cappuccio, il bastone a “tau”, il rosario) anziché attraverso i più popolari attributi che solitamente ricordano i suoi poteri di guaritore (il maiale e il campanello). Forse su questa scelta ha influito l’originaria collocazione della tela, probabilmente uno spazio privato all’interno di un monastero in cui si osservava la regola della clausura.

La cifra compositiva dell’insieme è decisamente cinquecentesca, col protagonista in primo piano in posizione compostamente frontale a campeggiare sullo sfondo di un ampio paesaggio, prospetticamente introdotto da una monumentale, ma sobria, quinta architettonica; la definizione dell’immagine attraverso una tecnica rapida ed espressiva, poco incline al linearismo e alla determinazione di rigidi contorni porta verso gli ultimi decenni del secolo e proprie di questo periodo sono pure la tela fitta e sottile di supporto, nonché la poco spessa preparazione bruna su cui è stesa la materia pittorica. Il pennello del nostro anonimo autore ci pare, inoltre, profondamente intriso di colorismo e luminismo veneto-ferraresi.
In particolare l’ambientazione serotina della scena, con il profondo e articolato paesaggio illuminato dagli intensi bagliori di un lungo tramonto estivo, l’uso di una pennellata lunga e corposa che stende toni spesso cangianti, l’evidenza data a particolari espressivamente rilevanti attraverso tocchi intensamente luminosi (si vedano per esempio le dita che stringono gli emblemi del santo, la caratteristica curva del naso, il coronamento dell’architettura), richiamano alla mente i modi del ferrarese Scarsellino.

Bibliografia
Inventario… s.d.
Restauri
1999 (Lab. Delta)
Scheda di Patrizia Sivieri, tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere Il Seicento, Franco Maria Ricci, Milano, 1999.