Secondo la Ghidiglia Quintavalle, che lo attribuisce a un maestro lombardo della fine del XIV secolo, potrebbe essere avvicinato all’Incoronazione della Vergine (vedi scheda n. 28), dalla quale si discosterebbe per una intensità espressiva più raccolta e solenne. La Linckelmann-Piérès ritiene che possa invece essere assegnato ad Antonio de Carro, attivo a Piacenza tra la fine del ’300 e l’inizio del secolo successivo, mentre il Gibbs lo riconduce al catalogo delle opere di Tomaso da Modena. Il Ferretti infine nega fermamente la paternità tomasesca, pur non proponendo nuove indicazioni di lettura. L’attribuzione a Tomaso, pur motivata per ciò che riguarda l’impianto monumentale della figura e l’impasto largo e teso del volto, non è del tutto convincente, poiché nei tratti fisionomici e nei preziosi e sottili decori della mitra e dell’aureola sembra di cogliere echi di una cultura diversa, orientata verso l’ambito lombardo dei frescanti dell’oratorio della famiglia Porro a Mocchirolo.
Scheda di Antonella Gigli, tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere. Dall’Antico al Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1997.