Il ritratto del duca Ranuccio I Farnese (1569-1622) proviene dalla collezione Sanvitale, nel cui inventario – redatto da Filippo Morini nel 1830 – è attribuito a Scuola veneta, mentre in quello definitivo del 1834 è dato al pittore bolognese Cesare Aretusi, autore nel 1602 di altri due ritratti conservati in Galleria, quello del conte Pomponio Torelli (inv. 336, scheda n. 344) e quello del frate servita Paolo Ricci (inv. 339, scheda n. 345).

Le evidenti affinità stilistiche che legano i tre dipinti hanno fatto propendere per una datazione del ritratto intorno agli inizi del XVII secolo (Benati 1986, p. 710), quando l’Aretusi è nuovamente a Parma, molto apprezzato per le sue qualità di ritrattista sia dalla corte che dall’aristocrazia parmense.

Benati in sedi diverse esclude l’ipotesi attributiva, mentre riconosce certamente la mano dell’Aretusi nell’altro ritratto di Ranuccio conservato in Galleria (inv. 1475, scheda n. 325), che ritiene contemporaneo a quelli di Pomponio Torelli e Paolo Ricci. Tuttavia considerando l’esiguo nucleo di ritratti certamente riconducibili alla mano dell’artista e comprendente esempi quali il Ritratto di Cesare I d’Este della Pinacoteca Estense di Modena, quello di Scultore di Brera (Reg. Cron. 284) e quello di Giovanni Aigemann degli Uffizi (inv. 754) datato 1611, sembra di poter confermare la tradizionale attribuzione all’Aretusi.

Sono tutte opere piuttosto tarde, in cui l’artista sembra uniformarsi al linguaggio pittorico di stampo internazionale, restando piuttosto defilato nei confronti delle nuove istanze carraccesche. Anche nel ritratto di Ranuccio I, l’Aretusi adotta soluzioni improntate alla severa eleganza di stampo tardocinquecentesco, dove prevale quella compostezza che nell’individuazione fisionomica si ferma a un’indagine squisitamente formale di matrice manierista.

Il legame con il ritratto inv. 1475 della Galleria, per cui si propone un’attribuzione ad Agostino Carracci, può essere sciolto in un rapporto di dipendenza del nostro e di traduzione di un prototipo connotato da una maggiore vivacità e forte indagine psicologica.

Il dipinto dell’Aretusi, che presenta un’inquadratura ridotta, potrebbe ragionevolmente essere una replica di quello eseguito dal Carracci alla fine del ’500, ma è necessario considerare anche l’inventario farnesiano del 1680, dove l’iconografia di questo dipinto si ripete nelle descrizioni di ben sei tele.

Scheda di Nicoletta Moretti tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere Il Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1998.