Il ritratto si trovava nella “settima camera di Paolo Terzo di Tiziano” nel Palazzo del Giardino e nel 1734 venne trasferito, insieme alla collezione Farnese, a Napoli, e poi a Caserta, dove rimase fino al 1943.

Nella vita del Parmigianino, il Vasari, parlando del cugino Girolamo, ricordava che “ritrasse, per madama Margherita d’Austria duchessa di Parma, il principe don Alessandro, suo figliolo, tutto armato con la spada sopra un mappamondo, et una Parma ginocchioni et armata dinanzi a lui”; il dipinto rimase negli inventari farnesiani come opera del Bedoli fino al trasferimento a Capodimonte, dove mutò attribuzione a Parmigianino, fino a che Ricci (1894) non lo ricondusse legittimamente al maestro di Viadana.

L’opera presumibilmente è stata dipinta fra il 1555 e il 1556, all’epoca in cui il giovane principe, nato nel 1545, si apprestava a lasciare Parma per seguire la madre nelle Fiandre e successivamente trasferirsi, per ricevere un’educazione adeguata al suo rango, alla corte di Spagna.

Il ritratto, interpretato da Bedoli in chiave allegorica, sembra assolvere una funzione celebrativa della città di Parma, che doveva riconoscere in Alessandro l’erede del fragile ducato, da parte della corte Farnese. In lui, giovane principe destinato dalla sorte a grandi imprese militari, erano rivolte tutte le speranze dei Farnese e degli Asburgo e il ritratto che ci ha lasciato Bedoli, oltre che un’immagine augurale, sembra anticipare quello che sarà effettivamente il suo ruolo nel governo spagnolo.

Prima ostaggio del nonno Carlo V, che esercitava attraverso di lui il controllo delle alleanze politiche del padre Ottavio Farnese, divenne poi capitano al comando dell’esercito di Filippo II e lungamente fu governatore delle Fiandre, dove ancora risiedeva nel 1586, pur divenuto per diritto duca di Parma e Piacenza,  lasciando la reggenza del ducato al figlio Ranuccio.

La simbologia del ritratto è chiara, la bionda figura femminile abbracciata ad Alessandro, in segno di protezione e fedeltà, impersona Pallade abbigliata con corsetto all’antica, e rappresenta, in forma allegorica, la città di Parma. Al suo fianco mostra la palma, simbolo di gloria, e lo scudo, che unisce lo stemma Farnese con l’emblema del Comune, doppiamente celebrato anche dal  simbolo araldico del torello, altra arma della città (a ricordo del podestà Torello da Strada), ben visibile sia alla sommità dell’elmo che sull’elsa di cristallo della spada. La ricchezza dei gioielli indossati da “Parma” si contrappongono ai fregi istoriati dell’armatura da parata che il giovane principe indossa su un costume rosso intenso e chiara è la sua posizione di controllo e dominio sul “mondo” su cui siede. La scultura dorata posta dietro di lui simboleggia la Fama che soffia sulle imprese future e lo sguardo inespressivo di Alessandro è rivolto lontano, oltre l’osservatore, e nulla traspare dal sorriso. È un ritratto quasi statuario, dove la figura più animata sembra l’allegoria di Parma e Bedoli fa sfoggio di tutte le sue doti di artefice elegante e raffinato, scandendo lo spazio in un equilibrio di toni verdi e scuri, giocati sulla diagonale delle rosse gambe, su cui domina la preziosità degli ori e le trasparenze della veste di “Parma”.

Certamente l’opera dovette essere fra i ritratti più ammirati di Bedoli e la committenza ducale conferma la sua posizione di protagonista principale del panorama artistico parmense della metà del ’500.

Iscrizione: sul retro, 26

Scheda di Mariangela Giusto tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere Il Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1998.
Torna a opere e collezioni
Bibliografia
Organizza la tua visita
Le Opere
Eventi e News
I Servizi

ALTRE OPERE DA NON PERDERE

Carica altri articoli