Come si evince dalle fonti inventariali manoscritte, la presente opera fu ceduta da Salvatore Tarchioni assieme a quella con scheda precedente (inv. 266) e a un altro “quadretto” attribuito allo Schiavone in cambio di una statuetta di marmo.

Il recente restauro ha confermato la vocazione di pendant della tela in questione e di quella citata (nonostante non sussista apparentemente alcun legame iconografico). Anche in questo caso l’attribuzione al Palmieri è confermata, nonostante  l’assenza per ora di certezze sulla sua attività in senso “paesistico” (testimonianza grafica di figure in paesaggio attribuita all’artista è, grazie alla comunicazione orale di Giovanni Godi, al Museo Glauco Lombardi); il restauro ha del resto circoscritto e attestato anche nell’ottica tecnica la “settentrionalità” della tela.

Da un punto di vista stilistico il dipinto si inscrive in una cultura di stampo arcadico primo settecentesca di marca genovese e di gusto prerococò, con riferimenti ai modelli offerti dal Tempesta e dal Tavella nella tipologia dell’arredo del paesaggio: dalle rupi alle torri ricoperte di vegetazione, dalle fronde come quinte teatrali ai tronchi nodosi lambiti da piante sarmentose. Per ulteriori notazioni si veda la scheda precedente.

Bibliografia
Inventario… 1852, n. 264;
Inventario… 1874;
Ricci 1896, p. 368;
Delogu 1931, p. 145;
Dugoni 1991, p. 27, fig. 21
Restauri
1999 (Zamboni e Melloni)
Scheda di Alessandra Toncini Cabella, tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere Il Seicento, Franco Maria Ricci, Milano, 1999.