Non sono discutibili la maestria e il rigore dell’artista capace di assimilare come di rielaborare forme suggerite da altre personalità (Lorenzo di Credi, Filippino, Perugino, i nordici, i ferraresi); ma proprio l’attività fabbrile del suo grande laboratorio artistico, che Malvasia dice aveva contato su oltre duecento allievi, ripiega in età avanzata entro una maniera di devotissima ortodossia alle forme ragionate di Fra Bartolomeo o dell’Albertinelli, allontanando anche il paesaggio fino alla pura dilatazione aerea del cielo, come nella più scandita pala Buonvisi (oggi alla National Gallery di Londra) di poco precedente a questa, ma già sulla stessa lunghezza d’onda.
La formula che ne nasce è una pittura in punta di pennello, forbita e cristallina, dove i profili delle tinte sono ritagliati sul fondo come cammei, quasi un ritorno ad arcaismi prerinascimentali. Stupende le notazioni di gioielleria dei vestimenti di Santa Giustina e di San Placido e dei cappucci vescovili, dipinte con effetti di rilievo al modo di pastiglia incastonata da pietre, un gioco di illusionismi formali consono al grande aurifex bolognese.
Scheda di Jadranka Bentini, tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere. Dall’Antico al Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1997.