Datata al 1515, l’opera esibisce una narrazione asciutta e austera se paragonata alla felice eleganza e alle formule di stile di primo ordine che avevano contraddistinto le tavole del maestro (qui ultrasessantenne) fra ’400 e ’500. Il ricorso alla monumentalità dell’impianto del consesso, scandito a coppie con regolarità di matrice matematica fino alla testa della Vergine, l’allargamento dei piani di posa e degli elementi strutturali di appoggio dell’invaso architettonico del padiglione e la sua conclusione concava, l’ampiezza del disegno e delle stesure che semplificano i corpi e le ricadute dei vestiti, sono caratteri che chiudono quel mirabile discorso di “prematuro classicismo” (Longhi) che il Francia aveva aperto a Bologna nel penultimo decennio del ’400, quando finitezza e tecnica impeccabile garantivano equilibrio dei sentimenti e delle forme del reale in un’accezione di bellezza aristocratica, destinata a declinare sostanzialmente con la fuoruscita dei Bentivoglio dalla città.

Non sono discutibili la maestria e il rigore dell’artista capace di assimilare come di rielaborare forme suggerite da altre personalità (Lorenzo di Credi, Filippino, Perugino, i nordici, i ferraresi); ma proprio l’attività fabbrile del suo grande laboratorio artistico, che Malvasia dice aveva contato su oltre duecento allievi, ripiega in età avanzata entro una maniera di devotissima ortodossia alle forme ragionate di Fra Bartolomeo o dell’Albertinelli, allontanando anche il paesaggio fino alla pura dilatazione aerea del cielo, come nella più scandita pala Buonvisi (oggi alla National Gallery di Londra) di poco precedente a questa, ma già sulla stessa lunghezza d’onda.

La formula che ne nasce è una pittura in punta di pennello, forbita e cristallina, dove i profili delle tinte sono ritagliati sul fondo come cammei, quasi un ritorno ad arcaismi prerinascimentali. Stupende le notazioni di gioielleria dei vestimenti di Santa Giustina e di San Placido e dei cappucci vescovili, dipinte con effetti di rilievo al modo di pastiglia incastonata da pietre, un gioco di illusionismi formali consono al grande aurifex bolognese.

Scheda di Jadranka Bentini tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere dall’Antico al Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1997.

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