Il testo, del quale lo stesso scrittore aveva raffigurato alcuni episodi durante la stesura, ebbe grande successo negli anni cruciali di realizzazione dell’Unità d’Italia, come del resto tanti altri scritti relativi alla storia fiorentina, quali esempi di virtù ed eroismo consoni a quel sentimento patriottico che traeva ispirazione anche nelle fonti antiche.
L’immagine fissa un momento particolarmente profondo e drammatico della storia narrata da D’Azeglio, ripresa pedissequamente dall’ultimo capitolo (XXXIX), quando fra’ Benedetto di San Marco conduce al vecchio Niccolò, seguace del Savonarola e strenuo sostenitore della repubblica fiorentina, imprigionato e torturato, la figlia Lisa, inconsapevole strumento degli oppositori. “Presale una mano, se la fece accostare, le pose sulla fronte quella che aveva libera, e gli parve toccare un marmo. Procurando render la voce, gli sguardi quanto poteva più dolci, disse, tirandosi sul petto il capo della figliuola: ‘Qua… vien qua poverina!… appoggia qui… riposa questo tuo povero capo… riscaldalo sul cuore di tuo padre che t’ha perdonato, e ti compiange…’.” Un perdono che consegue alla maledizione scagliata da Niccolò contro la figlia che aveva sposato, ignara delle sottese manovre politiche, Troilo degli Ardinghelli, traditore della patria (XI capitolo). Un tema, quello del perdono ovvero “del figliol prodigo” appunto, che affonda le proprie radici non solo nella vasta antologia della narrativa ottocentesca, ma che trova efficaci spunti anche nel repertorio iconografico, dal quale sicuramente lo Scherer seppe attingere. Più comprensibile risulta, pertanto, la buona resa accademica del dipinto e al contempo l’efficace rappresentazione dei contenuti moralistici proposti dal D’Azeglio.
Anche pittoricamente il dipinto non si discosta da certe scelte che interessavano il pittore in quegli anni: il rigore nell’interpretazione storica, come si evidenzia anche nei Profughi di Aquileia (Piacenza, Municipio di Bettola) del 1860 dove evidenti sono i riferimenti alla cultura hayeziana (Arisi 1988), anche se per l’intensità di sentimenti si avvicina maggiormente all’opera degli Induno, dai quali riprende spunti e citazioni precise. Caratterizzata da un tecnica rapida e veloce, spesso contestata allo Scherer (si notino, dopo i recenti restauri, alcuni effetti di maculatura dovuti probabilmente alla stesura di velature piuttosto liquide che hanno provocato uno scivolamento del colore) la tela presenta efficaci soluzioni cromatiche: il cangiante volto di Lisa quasi di “marmo”, l’ombra che ricade sul volto pensoso di Niccolò, la luminosità dell’abito azzurro della giovane donna che contrasta con la penombra in cui sono avvolti il frate e i due incappucciati nello sfondo.
Bibliografia
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Rota Jemmi 1980, p. 15;
Bénézit 1999, vol. XII, p. 405;
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2001 (C. Alessandrini, Lab. Sopr.).Mostre
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Parma 2001.Cristina Quagliotti, in Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere. Il Settecento, Franco Maria Ricci, Milano, 2000.