Il dipinto proviene dalla raccolta Sanvitale, dove compariva nell’Inventario del 1835 come “Ercole di seconda maniera del Guercino, in tela per alto”.

Nel Libro dei conti del pittore sono registrate tre commissioni per altrettanti quadri rappresentanti una mezza figura di questo soggetto, tutti eseguiti dall’artista nel corso del quinto decennio del ’600.

Il 6 marzo 1642 il fratello del Guercino, Paolo Antonio Barbieri, annotava sul registro contabile di aver ricevuto, da parte di un certo Argoli, luogotenente criminale a Ferrara, ottanta scudi per un Ercole (Libro dei conti, conto 271). Si è proposta l’identificazione di questo dipinto con quello attualmente conservato in una collezione privata bolognese, che fu di proprietà Barberini e che veniva descritto negli inventari della famiglia come “Ercole con mazza in spalla et sopra le spalle una pelle di leone” (Salerno 1988 e Stone 1991). Tre anni più tardi, il 20 settembre 1645 (Libro dei conti, conto 337), l’artista fu pagato per un secondo quadro, dal punto di vista iconografico dissimile dal precedente, destinato al cardinale Giovan Carlo de’ Medici seniore e che può essere riconosciuto in quello da poco riscoperto nella collezione Bardini di Firenze (De Benedictis 1991).

L’Ercole di Parma non costituisce la ripresa di nessuna delle due opere menzionate e potrebbe invece rappresentare una replica di buona qualità tratta da una terza variante originale del soggetto, consegnata il 15 aprile 1648 a padre Domenico Bonomi che fungeva da mediatore per il padre generale della Carità (Libro dei conti, conto 390). Come osserva correttamente la De Benedictis l’eroe mitologico doveva rivestire per il committente un significato simbolico, alludendo a “virtù o attributi nei quali riconoscersi o proiettare le proprie aspirazioni”. Da notare che nel 1871 Martini, non essendo a conoscenza delle prime due versioni del dipinto, riteneva quello di Parma una riproduzione autografa del quadro Medici, eseguita nel 1648 per padre Bonomi. Verso la fine del secolo l’Ercole venne rifiutato da Ricci (1896) come opera originale del Guercino e ritenuto un saggio mediocre del nipote Cesare Gennari (Cento 1637-Bologna 1688).
Nel nostro secolo, tuttavia, prima Voss (1922), che giustamente lo datava al 1648, quindi Sorrentino (1931a) e la Ghidiglia Quintavalle (1934) lo riferivano al maestro.

La studiosa, che dal punto di vista cronologico lo accostava erroneamente al San Gerolamo e alla Maddalena della stessa Galleria parmense (inv. 228 e 168, cfr. schede nn. 546 e 547 , datandolo negli stessi anni degli affreschi dei Profeti nel Duomo di Piacenza (1626-27), respingeva però l’attribuzione alla bottega argomentando come la pennellata “succosa e rapida” si discostasse sensibilmente da quella dei “dolciastri e manierati discepoli”.

Il recupero della leggibilità conseguente al restauro spinse Quintavalle (1939), pur avvalorando la datazione agli Anni venti, a rettificare l’attribuzione e a suggerire – legittimato oralmente dal Bodmer – il nome di uno dei primi assistenti centesi del maestro, Bartolomeo Gennari (Cento 1594-Bologna 1661), per quella sua “peculiare” convenzionalità nella resa anatomica e per la pesantezza del “mal condotto” colore. Infatti, sebbene il fare pittorico riecheggi quello degli analoghi soggetti sopra descritti, la pennellata goffa e impacciata non raggiunge la scioltezza e la qualità di tocco che danno sostanza alle opere originali del Guercino. L’Ercole denuncia la sua provenienza dalla bottega nel disegno enfatico e marcato della muscolatura del torso e del braccio destro, nella trattazione frettolosa e dozzinale dei dettagli, che negli originali del maestro sono sempre di squisita fattura, e nella resa pittorica dell’arido inserto paesaggistico.

Malgrado fino ad oggi siano stati condotti attenti studi sull’atelier dell’artista (Bagni 1986), non risulta possibile accreditare un’ipotesi puntuale per ciò che concerne la paternità di questa decorosa copia, intessuta di caratteri tipologici e stilistici guercineschi propri del settimo decennio, certamente coeva al prototipo originale del maestro (1648).

Bibliografia
Inventario… 1834, n. 29;
Malvasia 1841, II, p. 267;
Martini 1871, p. 47;
Martini 1872, p. 55;
Martini 1875, p. 14;
Pigorini 1887, p. 14;
Ricci 1896, p. 92;
Voss 1922, p. 220;
Sorrentino 1931a, p. 16;
Ghidiglia Quintavalle 1934, pp. 505-509;
Quintavalle A.O. 1939, p. 83;
Bagni 1986;
Salerno 1988, p. 404;
Stone 1991, p. 188;
De Benedictis 1991, pp. 29-40;
Libro… 1997, pp. 112, 127 e 139
Restauri
1956-57
Scheda di Barbara Ghelfi, tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere Il Seicento, Franco Maria Ricci, Milano, 1999.