L’affresco è suddiviso in due registri. In quello superiore, mutilo della parte alta, è dipinto a sinistra l’interno del Tempio di Gerusalemme da cui Gioacchino è cacciato, mentre sulla destra era probabilmente ritratto Gioacchino a colloquio con l’angelo.

Nel riquadro inferiore è raffigurato l’angelo che visita Anna nella sua abitazione e l’abbraccio dei due protagonisti alla Porta Aurea. L’affresco, la cui originaria collocazione nella chiesa del Carmine è ignota, faceva probabilmente parte di un ciclo più ampio e fu forse scialbato a seguito della visita pastorale di Giovan Battista Castelli. Quando scrive il Venturi, che lo ricorda in più occasioni, il dipinto era già visibile. Staccato qualche tempo prima del 1968 fu acquisito dalla Galleria Nazionale. La fortuna critica dell’affresco si riduce alla menzione del Venturi, che lo inserisce fra le opere riconducibili alla maniera di Jacopo, e alla rapida analisi che ne fa la Ghidiglia Quintavalle. La studiosa lo collega alla bottega di Jacopo, ma preferisce attribuirlo a un allievo per il carattere arcaico delle figure e per la ricchezza cromatica. Esso palesa, nelle fisionomie dei personaggi, nell’incerta prospettiva delle architetture, nell’idea compositiva desunta dagli affreschi raffiguranti il medesimo episodio della cappella Ravacaldi nel Duomo, un forte debito figurativo nei confronti di Bartolino de’ Grossi. Alcuni altri elementi però, quali il panneggiare dei manti, il volto di Anna e l’abbraccio fra Gioacchino e Anna, replicato nella Visitazione restituita al pittore, richiamano i modi del Loschi, favorendo l’attribuzione dell’opera alla sua mano in un momento successivo rispetto agli affreschi di San Paolo (vedi scheda n. 81) e poco prima della esecuzione del trittico (vedi scheda n. 83), come sembrano dimostrare alcune soluzioni stilistiche e formali poi riprese nella Visitazione. Un indizio di datazione intorno agli anni sessanta può essere desunto dal confronto con alcune miniature coeve (ms. T e ms. R datati 1458 e conservati presso la biblioteca della chiesa dell’Annunciata a Parma). Dall’analisi delle miniature dei corali emergono indizi di una parentela culturale con i cicli affrescati della Cattedrale, ma anche affinità con il gruppo di affreschi provenienti da San Paolo (vedi scheda n. 81) e con quello proveniente dal Carmine. La tipologia dei visi larghi e schiacciati, le forti ombreggiature chiaroscurali dei lineamenti, l’utilizzo della linea di contorno non solo per ritagliare le figure contro il fondo ma anche per caratterizzarne le espressioni, i rialzi luminosi per i bordi dei mantelli, l’andamento dei panneggi affidato alla linea accomunano i personaggi del Loschi ad alcuni di quelli presenti nei manoscritti, per la cui esecuzione si potrebbe forse (almeno in parte) proporre il nome dello stesso Jacopo. Viene così precisandosi l’interesse del pittore per la miniatura, secondo quanto emerso dai documenti, che lo dicono attivo nella compravendita di manoscritti (1465) e lo ricordano presente, verso gli anni ottanta, nella chiesa di San Giovanni Evangelista dove sarebbe potuto intervenire nella decorazione dei codici. In particolare alcune miniature (corale “O”) ricondotte dalla Mariani Canova (1984) al Maestro di San Giovanni Evangelista, dalla Zanichelli (1994b) assimilato al miniatore attivo nel ms. “R”, sembrano riconducibili a Jacopo, lasciando intravedere la possibilità di ricostruire l’attività del Loschi miniatore.

Scheda di Maria Chiara Cavazzoni tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere dall’Antico al Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1997.