La tavoletta venne attribuita dapprima al Dosso da Ricci (1896) e da Berenson, per approdare con Quintavalle (1939) a un seguace, riconosciuto poi dalla Ghidiglia Quintavalle (1968) nel fratello Battista.

In verità non sembra accostabile ad alcuna opera dei Luteri, né per impaginazione sintattica, né per sviluppo formale del soggetto, quanto piuttosto pare aderire ai modi di Lodovico Mazzolino – nato a Ferrara verso il 1480 e qui morto di peste nel 1528 – personalità lucida quanto inquieta della cultura cortese estense del primo ’500.

I frequenti cambiamenti di registro della sua pittura, fortemente aderente a suggestioni robertiane e nordiche nel primo periodo, poi via via esaltata dagli influssi dei Dossi, fanno di questo artista un inventore impulsivo e vorticoso di storie in piccolo formato fra le più fantasiose del suo tempo.

Questa tavoletta sembra potersi accostare a opere tarde, quasi al limite degli Anni trenta, quali l’Adultera della Borghese o il Cristo e il tribuno della Christ Church di Oxford, dove la capziosità caparbia della produzione precedente sembra distendersi in soluzioni più sciolte e fluide, ma pur sempre eccentriche nella dimensionalità differenziata delle parti dei dipinti. Qui si mescolano anche suggestioni venete, come veneti paiono la stesura stessa del colore o l’annebbiarsi delle penombre e dei controluce, ben diversamente tratteggiati dal Mazzolino e dagli stessi Dossi.

Una proposta di datazione potrebbe far slittare questa preziosa tavoletta alla fine degli Anni trenta del ’500.

Scheda di Jadranka Bentini tratta da Fornari Schianchi L. (a cura di), Galleria Nazionale di Parma. Catalogo delle opere Il Cinquecento, Franco Maria Ricci, Milano, 1998.
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