La fabbrica del libro

La fabbrica del libro

L’opera di Giambattista Bodoni si colloca in un momento storico (seconda metà del XVIII e primo decennio del XIX secolo) in cui le tecniche di realizzazione del libro tipografico, così come la sua forma, erano ormai ampiamente consolidate. Nonostante tutto, Bodoni ebbe il merito non solo di affinare le tecniche antiche, a partire da quella della fabbrica- zione dei caratteri, ma anche di trasformare il libro in un prodotto nuovo, giungendo a vertici di perfezione, equilibrio, eleganza, e nello stesso tempo semplicità, mai più eguagliati. Ogni fase del suo processo creativo e produttivo è qui testimoniata attraverso documenti d’archivio ed una piccola parte dello straordinario corredo di strumenti di lavoro della sua officina, costituito da oltre 70.000 pezzi tra punzoni in acciaio, matrici in rame ed utensili per la fusione, rifinitura e controllo dei caratteri in piombo, per la composizione dei testi. I celebri manuali tipografici di Bodoni, i suoi campionari ricchi di centinaia di caratteri diversi negli alfabeti più svariati, le edizioni – uscite dai torchi della Stamperia Ducale e della sua Officina privata – evidenziano quanto radicale sia stata la sua «rivoluzione» nella storia dell’arte tipografica. Una rivoluzione frutto di una maniacale attenzione per ogni fase del lavoro, sempre con obiettivi di qualità ed eleganza elevatissimi: dalla scelta, e ideazione, del carattere tipografico (ancora oggi il «Bodoni» ispirato ai caratteri da lui creati è tra i più utilizzati), alla composizione grafica, al perfezionamento delle tecniche di stampa su carte naturalmente selezionatissime, ma anche supporti speciali come seta e pergamena.

Disegno del carattere e creazione dei punzoni

Per la fabbricazione dei caratteri da stampa prima di tutto si realizzava il disegno delle lettere o altri segni da stampare, come numeri, fregi, punteggiatura, etc. (5-9-11).

Seguiva l’incisione dei punzoni, parallelepipedi in acciaio nei quali si realizzava, in testa, una rappresentazione in rilievo e a rovescio del segno tipografico desiderato (6-7-8-10-12-13-14-15). Per realizzare i punzoni si utilizzavano vari strumenti, come morse (1-2) e punteruoli (3), mentre giustificatori (16), calibri (17) e lime (18) occorrevano per rifinirli e controllarne la qualità.

Fabbricazione delle matrici e fusione della lega tipografica

Dopo aver inciso i punzoni, si realizzavano le matrici (2 e 7), blocchetti in rame che venivano appoggiati sopra un’incudine (1) e su di essi si battevano i punzoni con una mazza, in modo da farli penetrare fino ad una determinata profondità, creando un vero e proprio stampo. Le matrici ottenute riproducevano, incavati e dritti, i segni in rilievo incisi sui punzoni, in modo tale da realizzare, con successiva colatura di metallo fuso, caratteri corrispondenti tutti uguali e nelle quantità che occorrevano.

Per procedere con la successiva operazione di fusione vera e propria dei caratteri (vetrina successiva), occorreva prima preparare la lega tipografica, sciogliendo in un forno tre metalli: il piombo (compatto, duttile e facile a fondersi), l’antimonio (estremamente duro), e lo stagno (amalgamante e antiossidante). Degli strumenti utilizzati da Bodoni si conservano una cassetta in metallo (4), che serviva per realizzare dei lingotti di lega pronti da usare al momento della realizzazione dei caratteri, e due mestoli, uno tondo (3) che serviva per prelevare la lega dal forno e farla colare nella cassetta, e una schiumarola (5), una sorta di grosso colino o mestolo forato evidentemente utilizzato per filtrare la mescola, togliendone le impurità.

Fusione dei caratteri, rifinitura e controllo qualità

Il fonditore impugnava con una mano, protetta da un guanto, la forma di fusione (1, 13 e 14) e vi sistemava la matrice all’interno, fissandola con l’archetto. Con l’altra mano, riempiva un cucchiaio (15) di lega tipografica e la colava all’interno della forma in modo che vi penetrasse con forza e venisse il più velocemente possibile a contatto con la matrice, prendendone l’impronta. Al termine dell’operazione il fonditore apriva la forma (14) ed estraeva il carattere, aiutandosi, nei casi più ostinati, con l’uncino fissato ad una delle due parti della forma, quindi riprendeva la sua attività di fusione per ben tre o quattromila volte al giorno.

I caratteri venivano poi limati e lisciati, quindi disposti allineati in un particolare strumento e piallati per renderli tutti della stessa altezza. Si conservano pialle di varie dimensioni (6 e 9) e numerose lame di ricambio conservate in una cassettiera (3). Infine, il controllo qualità avveniva utilizzando vari strumenti come compositoi, palette, squadre (10).

Oltre alle forme di fusione per creare i caratteri di varie dimensioni e fogge, vi erano anche quelle per ricavare i “bianchi tipografici” ovvero le spaziature (5) e le interlinee (12).

Stampa tipografica, calcografica e xilografica

La composizione e la stampa

Una volta terminati, i caratteri venivano riposti nelle casse tipografiche, dei grandi contenitori con scomparti.

Per la composizione, il tipografo disponeva di un testo guida, come una pubblicazione già edita (senza limitazioni di riproduzione), o un manoscritto dell’autore o del committente (1). Il compositore selezionava i caratteri dalla cassa, disponendoli ad uno ad uno sul compositoio (3), rovesciati e con la testa rivolta verso il basso. Terminata una riga, veniva deposta sul vantaggio (2), tavoletta in legno di dimensioni corrispondenti ad una pagina di testo; riga dopo riga si formava l’intera facciata.

Le pagine composte (4) venivano legate con spago per fissare i caratteri in modo che, sottoposti alla pressione del torchio, non andassero fuori posto, e quindi distribuite all’interno di un telaio. Si procedeva quindi con la stampa al torchio. Le pagine serrate nel telaio erano disposte sul carrello del torchio e si inchiostravano con i mazzi, dei grossi tamponi di cuoio (6). Si realizzavano ovviamente delle bozze (7) da revisionare e correggere a mano, prima della versione definitiva.

Una volta stampati, i fogli (circa 180 all’ora) venivano lasciati asciugare su corde appese al soffitto, poi impilati, pronti per essere assemblati e riposti in magazzino o inviati al committente.

Le illustrazioni

La composizione si complicava in presenza di illustrazioni (pagine complete fuori testo o altri elementi quali cornici, iniziali, stemmi, ritratti,…) che potevano essere di due nature: xilografiche, realizzate attraverso lo stampo di matrici di legno (8 e 9), oppure calcografiche con l’impiego di matrici di rame (10 e 11).

Le illustrazioni xilografiche potevano essere stampate contestualmente al testo. Anche certi caratteri, particolarmente complicati per essere incisi su punzoni, potevano anche essere resi con la xilografia. Bodoni incise su legno gli ideogrammi cinesi per la stampa del rispettivo testo dell’Oratio Dominica (5).

Più difficoltoso era l’inserimento di illustrazioni calcografiche poiché il foglio doveva essere ulteriormente passato sotto una seconda tipologia di torchio.

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