Il reimpiego delle sculture antiche

1.
La statua femminile panneggiata proviene dagli scavi Ottocenteschi del teatro romano di Parma; è in marmo lunense e si può datare al I secolo d.C. Il volto della donna anziana è contrassegnato da rughe profonde, guance scavate, labbra sottili e capigliatura (in origine colorata di nero) con lunghi boccoli laterali alla moda di Livia, moglie dell’imperatore Augusto. Questo ritratto, realistico, è stato montato, forse già in antico oppure al momento della scoperta, su un busto dalle proporzioni giunoniche, pertinente a una donna molto più giovane: assemblaggi di questo tipo non erano inusuali in età romana, favoriti dal metodo di realizzazione delle sculture, che erano realizzate in più parti, anche da specialisti diversi, e poi montate assieme.
2.
La scultura maschile in marmo greco proviene dall’area di Piazza Garibaldi che ha restituito anche il mosaico con Centauro: nel corso dello scavo, nel 1948, venne rinvenuto il torso e, a 3 metri di distanza, la testa. Come nel caso precedente, il torso presenta caratteristiche giovanili, un corpo tonico e atletico, in contrasto con la testa, che ritrae una divinità dall’aspetto più adulto (Giove, Nettuno o Silvano), in un assemblaggio forse risalente al II secolo d.C. Le tracce di colatura sulla spalla sinistra, pertinenti a un tridente o a una lancia che il soggetto stringeva in mano, suggeriscono che la scultura, come il mosaico, sia stata coinvolta in un incendio.
3.
La lapide di Postumia Felicitas si data a fine II/inizi III secolo d.C. In un’epoca successiva è stata reimpiegata come bocca di fontana, con un preciso intento decorativo. L’iscrizione, giunta in Museo nel Settecento dopo essere stata impiegata in vari edifici, reca la dedica del marito alla “carissima e dolcissima” Postumia.
4.
Il piccolo altare in marmo delle Apuane, databile fra I e II secolo d.C., è l’unica iscrizione sacra proveniente dalla città di Parma: è stata trovata nell’Ottocento durante gli scavi per le fondamenta del Palazzo del Tribunale, nel settore sud-occidentale della città. L’altare, decorato sui lati da strumenti tipici dei riti sacri (una brocca e un piatto con ombelico al centro) è consacrato alla dea Minerva da Lucio Ennio Callisto, liberto di Lucio, de pecunia sua, vale a dire a sue spese.
5.
Porzione di una cornice rotonda in marmo bianco di Luni, proveniente da scavi ottocenteschi in via Farini (I secolo d.C.). Rinvenuto fuori contesto, questo tipo di elemento decorativo (clipeus) era solitamente utilizzato nelle porte urbiche delle città romane, attorno a ritratti celebrativi: le rosette a cinque petali racchiuse entro girali vegetali sono simboli della dea Venere, progenitrice divina della dinastia giulio-claudia.
6.
Il cippo funerario rotondo di C. Fannius Frater, in marmo lunense, presenta una ricca decorazione che lo divideva in otto comparti, riproducente forse un graticcio intervallato da pilastri, e un ritratto virile al centro (I secolo d.C.). Nel XV secolo è documentato nell’abitazione dell’arciprete della Cattedrale, ma servì poi come vera da pozzo in una casa di proprietà della Confraternita della Beata Vergine di Capo di Ponte, in borgo Piccinini: sono ancora ben visibili i segni di usura relativi a quest’uso.