Vetrina 46

La Tabula alimentaria veleiate

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La Tabula alimentaria veleiate

Dalla scoperta all’esposizione, storia di un reperto eccezionale.
Maggio 1747: alcuni operai scoprono nel campo della pieve di S.Antonino di Macinesso una “tavola di bronzo ed una colonna di marmo bianco”. Il parroco Don Rapaccioli vende per 90 scudi gli 11 pezzi di bronzo rinvenuti, pari a circa 200 kg complessivi, a fonderie di Fidenza, Piacenza e Fiorenzuola. Il canonico della Cattedrale di Piacenza, Roncovieri, ne vede un frammento a Fiorenzuola, ne comprende l’importanza e coinvolge il teologo Costa nel recupero e acquisto dei pezzi dispersi per impedirne la distruzione.
Gennaio 1748: tutti i frammenti sono radunati a casa di Costa a Piacenza, divisi tra lui e il Roncovieri: la Tabula ritrovata è ora di proprietà di due privati. Il dominio Asburgico, sotto la cui amministrazione ricadeva Veleia, non si interessa a essa, mentre se la contendono Papa Benedetto XIV e Carlo Emanuele III re di Sardegna, quest’ultimo per la Reale Università di Torino. Contemporaneamente il Vescovo di Piacenza chiede la prelazione per il museo Capitolino.
1747: inizia lo studio del testo, pubblicato nel 1749 da Maffei e Muratori, il quale vi riconosce il provvedimento degli alimenta Traianei e mette in relazione lo straordinario reperto con la città romana di Veleia, di cui si era persa memoria e localizzazione.
1753: Filippo I di Borbone, diventato duca di Parma Piacenza e Guastalla nel 1748, tenta di acquistare la Tabula per esporla nella Pubblica Piazza o nel Palazzo della Comunità di Piacenza, ma poiché viene richiesta una somma molto alta, la città perde per sempre l’occasione di averla.
1759: Du Tillot, Primo Ministro del governo borbonico, in un’operazione di rilancio della cultura del Ducato, inizia una difficile trattativa d’acquisto coi proprietari: riesce infine a farsi consegnare la Tabula minacciando l’esproprio, in cambio di una tabacchiera d’oro e di una pensione ai due proprietari.
26 febbraio 1760: la Tabula arriva alla corte parmense, assieme alla pubblicazione CIL XI 1182 e l’11 marzo viene presentata a Filippo I nel palazzo di Colorno.
14 aprile 1760: definita la relazione tra la Tabula e l’antica città di Veleia, per volontà di Filippo I di Borbone, inizia a Macinesso, la prima campagna di scavi archeologici per riportare in luce la città romana, sotto la direzione di Costa. Il 24 aprile, nell’area di quello che poi sarà individuato come Foro di Veleia, dove era stata trovata la Tabula, viene scoperta anche la tavola bronzea contenete la Lex Rubria.
20 settembre 1760: Filippo I fonda il Reale Museo di Antichità in alcune sale della Pilotta, con lo scopo di esporre i materiali pregevoli provenienti dagli scavi di Veleia.
1762: i frammenti della Tabula tornano temporaneamente a Piacenza dal Costa per tentarne la ricomposizione, ma senza esito. Viene quindi collocata presso la Reale Accademia delle Belle Arti dove già si trovavano la Lex Rubria e le dodici statue della famiglia Giulio Claudia, scoperte nel 1761.
13 luglio 1801: la Tabula e gli altri reperti di Veleia già presso l’Accademia vengono trasferiti al reale Museo di Antichità.
27 giugno 1803: a nome di Napoleone, il barone Vivant Denon, direttore del Musee Central des Artes (odierno Louvre) fa trasferire a Parigi, con altri reperti veleiati, la Tabula alimentaria, che resta dimenticata in casse nei magazzini.
26 febbraio 1816: la Tabula torna a Parma, rivendicata dal Direttore del Museo, Pietro De Lama, grazie all’influenza di Maria Luigia, duchessa di Parma Piacenza e Guastalla, ma resta in Museo in cattive condizioni per mancanza di fondi.
Dopo la visita al Museo del 5 settembre 1817, il potente ministro austriaco Metternich fa arrivare i fondi necessari al restauro della Tabula. De Lama affida il restauro ai fratelli Amoretti di S. Pancrazio di Parma, che realizzeranno anche i caratteri per la stampa della trascrizione. I frammenti sono fatti coincidere con la sola pressione a freddo, il ritocco con colori a olio e i tasselli sono eseguiti personalmente da De Lama. La lastra ricomposta viene incastrata in una cornice lignea fissata al muro della III camera del Museo.