Farnese Festival- Tito Maccio Plauto, Trinummus [Le tre monete]

Farnese Festival- Tito Maccio Plauto, Trinummus [Le tre monete]

2024-06-17T15:33:25+02:00

“Non è leggier cimento una scenica recitazion latina…”

8 Giugno 2024 – ore 20.30

Teatro Due 

Lo spettacolo sarà preceduto da un’introduzione del direttore artistico Fabio Biondi



 

“Non è leggier cimento una scenica recitazion latina…”  

Tragedia di Plauto con musica di Padre Martini 

 È la storia di una lunga gestazione. Scambi epistolari, esilii, cambiamenti politici, e molta musica. Undici anni. Tanto è il tempo che trascorre fra un primo contatto scritto tra i protagonisti, datato 4 giugno 1769, e l’allestimento dell’estate 1780, in cui la musica di Padre Giovanni Battista Martini incorniciò il Trinummus di Plauto, recitato in latino al Collegio de’ Nobili di Parma da parte dei giovani Cavalieri, sotto gli auspici di Padre Paolo Maria Paciaudi. Una meraviglia, stando alle fonti superstiti. Ma procediamo con ordine. 

Il 4 giugno 1769, il Regio bibliotecario e Regio antiquario, il Padre teatino Paciaudi, scrive al celeberrimo Padre Martini, il Maestro bolognese conosciuto e ammirato in tutta Europa, formulandogli una proposta d’occasione, ossia comporre le musiche di scena per uno spettacolo incentrato sull’allestimento del Phormio di Terenzio: 

«Cinque atti di Latina Comedia senza qualche grato musical interrompimento peseranno agli uditori. Lo conobbero i Greci istessi ed i Romani, benché l’azione venisse recitata nella loro lingua natia. Ma chi può mai scrivere un pezzo di Musica istromentale conveniente a una Terenziana Comedia, se non V.P.M.R. che conosce tutti i Modi armonici delle antiche Nazioni? Sarebbe cosa onorevole per l’Università nostra, se potessimo in fronte del libro inscrivervi – Modos Musicos fecit celeberrimus P. Martini. – Nel Teatro antico le tibie pari erano le sole a risuonare. A me sembra che i nostri flauti potrebbero comodamente sostituirci, unendovi un clavicembalo, un violoncello, due viole, ed un arpa, ma tessendo la Sinfonia in modo che i flauti dominassero sopra gli altri stromenti. La Sinfonia dovrebbe essere distribuita in cinque parti, sicché una avesse luogo di prosfonismo avanti il Prologo, e le altre quattro si eseguissero fra atto, e atto, tramezzando. […] Io sol dico, che se può effettuarci ella è il solo nel mondo, che possa porvi mano con sicurezza di esito felice». 

 

L’intento arcaicizzante di Paciaudi sembra incontrare il favore di padre Martini, che accetta l’incarico, non senza sottolineare (nella lettera di risposta scritta il giorno 8 giugno) che «a giorni nostri e con la musica de’ nostri tempi, è difficilissimo imitare la musica degli antichi Romani». Il compositore incaricato chiede, dunque, caratteristiche specifiche dell’operazione, che possano permettergli un lavoro più accurato; soprattutto domanda «un dettaglio minuto dei sentimenti delle parole, con cui termina ogni atto, così pure la lunghezza d’ognuna delle composizioni, acciò io possa tentare d’uniformarmici…». 

Nella lettera di risposta (20 giugno) Paciaudi è prodigo di dettagli: timbrica, organico orchestrale, attenzione filologica ai «modi musici» dell’opera originale sono affrontati con dovizia di particolari, al fine di mettere il Maestro bolognese nelle migliori condizioni per poter comporre. 

Tutto sembra procedere come da programma: il 4 agosto il padre teatino scrive a Martini di aver ricevuto «l’Ouverture e le quattro Sonate», confermando la personale soddisfazione: 

 

«Di già ho sentito sul cembalo i motivi, l’andamento, lo stile. Tutto spira sapere armonico; e tutto mi ha svegliata la più piacevole sensazione. Nella impossibilità di imitare una cosa ignota, qual è l’antica Musica, non si poteva profittare più egregiamente della moderna, per tenere una lontana analogia e colle tibie de’ comici terenziani, e cogl’istromenti degli antichi. Sono pressocché certo, certissimo dell’effetto felice; e convengo che è necessario fare varie ripetizioni per render bene lo stile, e l’espressione». 

 

Accade qualcosa, però: la rappresentazione, tanto bramata dal suo promotore Paciaudi, non ebbe luogo. Non si conoscono le cause. 

Passano gli anni. Nel frattempo, la Fortuna si incarica di girare più e più volte la sua ruota, e le sorti dei protagonisti subiscono numerosi ghiribizzi; soprattutto, il padre teatino si vede sottrarre gli incarichi ufficiali, in virtù di accuse tanto calunniose quanto infondate (inerenti a presunte compravendite di libri per la Regia Biblioteca finalizzate ad interessi personali), che lo costringono a trasferirsi a Torino («specie di Siberia», come la definisce nelle lettere), salvo poi essere richiamato a Parma da don Ferdinando di Borbone. 

È il 27 giugno 1780, quando ritroviamo Padre Paciaudi che, nuovamente, invia una lettera a Padre Martini: 

 

«Alla perfine dopo undici anni è giunto il momento avventurato, che la di lei celebre Sinfonia si eseguisca solennemente. […] Quest’anno il dotto e colissimo Sig. Conte Bernieri primo deputato dal R. Sovrano al Collegio de’ Nobili vi fa recitare il Trinummo di Plauto, da lui tradotto in versi minturniani, e le di Lei Sinfonie, apertura, e intermezzi si sentiranno. L’aspettazione è grande per la stima, che meritamente di Lei si ha». 

 

Mutatis mutandis, il copione sembra lo stesso, se non fosse per l’opera da rappresentare: questa volta la scelta ricade sul Trinummus di Tito Maccio Plauto, il principe della commedia latina, imitato ed ammirato autore teatrale vissuto fra il III ed il II secolo a. C.. La scelta non è assolutamente scontata, soprattutto trattandosi di un evento che nasceva in seno al prestigioso Collegio dei Nobili di Parma, centro di formazione e istruzione per giovani aristocratici provenienti da tutta Europa: le asperità linguistiche e metriche delle opere plautine (ai cui voli pindarici si preferivano, in ambito scolastico, il più disciplinato Cicerone e il più morbido Terenzio), così come l’inopportunità di presentare trame e tematiche che non brillano per moralità e compostezza, denotano una certa audacia nella scelta dell’autore (rammentiamo, infatti, che nel piano originario del 1769 si parlava di un’opera di Terenzio, altro padre nobile delle nostre scene fin dalla riscoperta del Teatro classico operata fra ’400 e ’500 in Italia, che spesso veniva preferito a Plauto proprio per evitare difficoltà stilistico-retoriche e di acclimatazione socio-culturale). Forse non è un caso che sia stata scelta una commedia più “raziocinante” e quasi edificante come I tre oboli (così fu tradotto il titolo per l’occasione) che, per intreccio e temperatura interna, risulta quasi una commedia terenziana. È Plauto stesso che, ricorrendo ad un acrostico, ci anticipa l’argumentum della commedia: 

 

Tutti gli averi e un tesoro nascosto Carmide 

Raccomanda all’amico Callicle, partendo per l’estero.
Intanto che è assente, il figlio gli dissipa tutto. 

Neppure la casa è indenne: viene acquistata da Callicle.
Una sorella del giovane è chiesta in moglie, senza dote.
Ma Callicle, per dare una dote meno sospetta, 

Manda un tizio, ché porti denaro per conto del padre.
Una volta a casa, il vecchio Carmide svela l’inganno; 

Sposati, infine, saranno i suoi figli. 

 

Dopo un Prologo affidato a Dissolutezza (la madre) e Povertà (sua figlia), in cui la prima affida ad un giovane spendaccione di nome Lesbonico la propria prole, l’azione si sposta ad Atene, nei pressi della casa di Carmide, che prima di partire per motivi di lavoro affida i suoi beni, suo figlio (che altri non è se non Lesbonico) e sua figlia all’amico Callicle. Quest’ultimo, scopriremo, ha riacquistato la casa di Carmide, messa in vendita dallo scapestrato Lesbonico, al fine di non disperdere un tesoro di tremila filippi; nelle intenzioni di Carmide, il tesoro (nascosto proprio nella casa) avrebbe dovuto costituire la dote per la figlia, in età da marito. Parallelamente, il giovane Lisitele, amico di Lesbonico, si offre come aiuto per risollevarne le sorti: dichiara al padre Filtone di voler prendere in moglie la sorella di Lesbonico e senza alcuna dote. Al contrario di Filtone, né Lesbonico né Callicle sembrano però essere d’accordo con questa proposta; per uscire dall’impasse, al vecchio Megaronide viene un’idea: un uomo si fingerà mandato da Carmide con due lettere, da recapitare a Callicle e a Lesbonico, in cui sia dichiarato che quest’ultimo deve fornire alla sorella la dote necessaria a sposarsi per tramite di Callicle; a matrimonio avvenuto, Callicle recupererà la somma anticipata dal tesoro nascosto, senza che alcun soldo in eccedenza possa transitare per le pericolose mani di Lesbonico. Viene incaricato Sicofante, dietro compenso di tre soldi (da cui il titolo della commedia), ma la situazione vacilla quando quest’ultimo incontra Carmide in persona, appena rientrato ad Atene. Tutto sembra precipitare, fino alla risoluzione finale: «Per finirla lietamente // e all’usanza teatrale // un’azion matrimoniale // le faremo ora seguir», avrebbe detto Da Ponte; un doppio sposalizio fra i giovani della commedia, infatti, sancisce la restaurata armonia fra i protagonisti. 

La sobrietà dell’opera ben si confà ad un’occasione come quella immaginata da padre Paciaudi, ma la lieta risoluzione dell’iniziativa è ben lungi dal realizzarsi; scrive infatti il Regio bibliotecario: 

 

«Non si trova in Paese arpa co’registri, sicché abbia tutti i toni, che sono nella carta da Lei segnati. Sono incaricato da questi cavalieri di pregare V.S.R.ma a vedere se la si trovasse in Bologna, ed in tal caso si bramerebbe da Lei un altro favore, ed è questo; che si compiacesse prenderla in affitto a qual prezzo, che si domanderà. La cosa preme cotanto, che volentieri si farà ogni spesa. Trovata, e convenuto del prezzo qualsivoglia, bisognerebbe ch’ella facesse incassare lo stromento e che lo consegnasse al corriero della Corte di Parma, il quale sarà incaricato di venire da Lei a prenderla, e recarcela venerdì. Sarà diligentemente rimandata, e pagato tutto il denaro, che’ella mi dirà. Se questo non fosse possibile, si compiaccia scrivermi come si potrebbe supplire, e qual altro stromento si potesse all’arpa surrogare, perché si desidera di far eseguire o in un modo, o in un altro la di Lei composizione musicale». 

 

Un nuovo ostacolo traspare tra le febbrili lettere di Paciaudi: non si trova l’arpa! Il rischio che l’iniziativa vada a monte per una seconda volta è reale, se si prevede un pagamento di «qual prezzo, che si domanderà» pur di avere lo strumento. La Fortuna, stavolta, sembra girare la ruota per il verso giusto, pur con qualche capriccio, di cui farà le spese la flemma del padre teatino, che il giorno 11 luglio scrive: 

 

«A questo nostro direttore Sig. Salvoni è stato consegnato tutto il denaro di mia ragione, e da noi dovutole per l’arpa, accomodamento, cassa, spedizione etc., ed il detto Sig. Salvoni lo consegna oggi al nostro corriero, il quale gliel recherà in proprie mani. […] Sappia per altro, ch’il solo suonatore d’arpa, che noi abbiamo, un buon tedesco, non è stato capace di suonare la doppia da Lei mandataci, cosa, che mi ha fatto stizzire non poco; ma ci vuol flemma, perché non ce n’è altro, e costui afferma, che nemmeno a Bologna evvi, chi la suoni. Tuttavia l’arpa semplice và sufficientemente bene. Tutto il complesso poi degl’istromenti insieme, rende una melodia armoniosa, soave, bella, toccante, e le Sinfonie di Lei piacono [sic] estremamente, ed un suo scolaro Sig. Toscani è al cembalo per condurre tutto il coro istromentale. O! che bel pezzo di musica, degno di Pitagora! Domenica S.A.R. viene coll’ Augusta Consorte saranno spettatori della Comedia, e tutt’e due sono impazienti di sentire la musica di Lei. Dopo la solenne rappresentazione le manderò il Libro, ove troverà ricordato con lode dovuta l’immortal suo nome». 

 

Sono trascorsi undici anni dal primo abboccamento fra i due protagonisti di questa storia e finalmente, in una lettera del 18 luglio, possiamo leggere le considerazioni conclusive di Paciaudi, a suggello di tanti affanni: 

 

«Mi fo un do [sic] l’onore di mandarle copia della Comedia Plautina, tradotta dal Sig. Conte Bernieri, in versi minturniani. Ella vi scorgerà bei versi, bellissima prosa, una edizione nitidissima, ornata di qualche bel pezzo di antichità. Lo spettacolo è riuscito a meraviglia. Questi giovani Cavalieri, hanno recitata la Comedia in latino. La versione non ha servito che per leggere. Hanno si ben pronunziato, e si ben animato il latino, che le dame istesse non si sono annojate. L’apparato scenico era stupendo. La musica dell’immortale P. Martini ha piaciuto estremamente a tutti, ed ha rapito l’animo degl’intelligenti, tra quali annovero S.A.R.»[1]. 


[1] Le citazioni epistolari sono riportate in Gaspare Nello VETRO, Il Teatro Ducale e la vita musicale a Parma, 2010, Roma, Aracne Editrice.


Orchestra Europa Galante 

Fabio Biondi, viola e direttore 

 Armando Barilli, viola I 

Alessandro Andriani, violoncello 

Paola Poncet, cembalo 

Marta Graziolino, arpa 

Marcello Gatti, flauto I 

Francesca Torri, flauto II 

EUROPA GALANTE
è nata nel 1989 dal desiderio del suo direttore artistico,Fabio Biondi, di fondare un gruppo strumentale italiano per le interpretazioni su strumenti d’epoca del grande repertorio barocco e classico. La scoperta della musica antica era allora appannaggio esclusivo dei musicisti del Nord d’Europa e l’esigenza di una ri-lettura italiana di questo repertorio è stata alla base della costituzione di Europa Galante.     

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Biglietteria

Lo spettacolo si svolgerà presso la Sala Bignardi del Teatro Due, viale Basetti 12/A – Parma, che gestisce anche la bigliettazione e le prenotazioni

Biglietteria TeatroDue 
Borgo Salnitrara, 12A – Parma

  • +39 0521 230242
  • biglietteria@teatrodue.org
  • da lunedì a venerdì dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 17:00 alle 19:30; sabato dalle 10:30 alle 13:00 e dalle 17:30 alle 19:30.
    Il giorno dell’evento la biglietteria apre un’ora prima dell’inizio del concerto.
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