Farnese Festival – Claudio Monteverdi, Il quarto libro de’ madrigali a cinque voci (Venezia, 1603)

Farnese Festival – Claudio Monteverdi, Il quarto libro de’ madrigali a cinque voci (Venezia, 1603)

2024-06-06T14:28:21+02:00

Il quarto libro di Monteverdi sancisce il legame con l’ambiente culturale ferrarese, attraverso la vistosa adozione di testi poetici di Giovan Battista Guarini. 

4 Giugno 2024 – ore 20.30

Teatro Farnese



La polifonia vocale del Cinquecento trova la sua forma più compiuta negli affascinanti madrigali di Claudio Monteverdi, autore che, nel giro di cinquant’anni, dedicò a tale genere ben nove libri. Il quarto di questi, a cinque voci, pubblicato nel 1603 presso Ricciardo Amadino dopo undici anni dal precedente volume, costituisce un esempio lampante della trasformazione del genere e un modello emblematico dell’evoluzione stilistica del compositore cremonese. Tale audace e complesso lavoro rappresenta il culmine dell’applicazione dei principi della celebre “seconda prattica”, caratterizzata da un diverso modo di comporre rispetto a quello dei musicisti vissuti anni prima, in particolare Giovanni Pierluigi detto il Palestrina. Di fatto la “seconda prattica” prevedeva maggiore libertà di scrittura, il rovesciamento dei tradizionali rapporti tra parola e suono, l’uso delle dissonanze in termini espressivi, ma costituiva pure quella trasgressione alle regole tanto contestata da Giovanni Maria Artusi.

La raccolta di madrigali, uscita proprio a cavallo dei due secoli, rappresenta il culmine dell’applicazione dei principi confutati dal teorico bolognese, ma costituisce, proprio per questa sua modernità, uno degli esempi maggiormente evidenti di un genere descrittivo che, forse, fu proposto anche in forma drammatico-rappresentativa nel Palazzo Ducale di Mantova, dove Monteverdi operava.

La dedica del volume rivela che alcuni dei madrigali erano stati originariamente destinati al Duca Alfonso II d’Este, la cui corte ferrarese costituiva una dei maggiori

centri di innovazione musicale. I testi utilizzati, infine, eccetto “Quell’augellin”, si riferiscono a esperienze dolorose connesse alle vicende d’amore e si passa dai languori profondamente sensuali di «Sì ch’io vorrei morire» ai conflitti galanti di «Non più guerra», fino a giungere all’apice del patetismo dovuto alla separazione in «Longe da te, cor mio».


Concerto italiano

Monica Piccinini, soprano

Sonia Tedla, soprano

Maria Chiara Gallo, mezzosoprano

Andres Montilla, Alto e tenore

Raffaele Giordani, tenore

Gabriele Lombardi, basso

Rinaldo Alessandrini, clavicembalo e direzione

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